Museo Vivo

I laboratori didattici del MAST

Un resoconto, un catalogo fotografico, un’idea

a cura di Barbara Deledda e Valentina Valerio
fotografie di Antonio Ranesi
progetto grafico di Stefano Baldassarre

Esercizi di fisionomia comparata

 

Estratto dal comunicato stampa

Museo Vivo racconta opportunità e prospettive di un piccolo museo diocesano. Per sei mesi, durante i laboratori didattici attivati nell’anno scolastico 2012/2013, il Museo d’arte Sacra di Tarquinia (MAST) si è aperto alla curiosità e all’entusiasmo dei ragazzi delle scuole elementari e medie della città, offrendo i propri spazi e la propria collezione, suggerendo percorsi di lettura e incoraggiando le autonome interpretazioni creative. Non è stato un incontro a senso unico: gli atelier, le considerazioni disordinate, ma mai scontate dei ragazzi, sono stati l’occasione per ripensare più in generale al rapporto tra museo e pubblico. Da qui l’idea di una pubblicazione che non fosse solo il resoconto di una meritevole iniziativa di didattica museale. Le cinquanta pagine di Museo Vivo suggeriscono, piuttosto, una possibile declinazione del concetto di fruizione culturale, utilizzando la forza comunicativa degli incantati scatti fotografici di Antonio Ranesi.
Il resoconto di un’esperienza, un catalogo di fotografie e un’idea: Museo Vivo.

 

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Dietro le quinte: i ragazzi, i dipinti, l'obiettivo

I ragazzi hanno volti allegri e spensierati. Si godono una giornata diversa dal solito, liberi dalla costrizione dei banchi di scuola. Quando arrivano al museo sono eccitati, esuberanti come vuole la loro età. Mentre sistemo le luci li sento ridere e scherzare tra loro, a tratti soverchiati dalle proteste, fin troppo energiche, dell'insegnante che li accompagna. Li vorrebbe silenziosi e ordinati come se fossero in classe. Ma i ragazzi sembrano attenti solo ai segnali complessi che attraversano le dinamiche del gruppo, apparentemente incuranti di quello che li circonda. Comincio ad avere qualche perplessità. Temo che non sarà facile fermarli di fronte all'obiettivo, che sarà impossibile fargli capire le mie intenzioni, inverosimile fissarli nei quadri come se ne facessero parte. Invece, non appena inizio a metterli in posa davanti ai dipinti, uno alla volta e lontano dagli occhi curiosi dei compagni, cambiano immediatamente atteggiamento. Senza quasi bisogno di dirigerli, li vedo immergersi nelle atmosfere delle tele, interagire con gli sguardi dei personaggi rappresentati, assumere pose coerenti al contesto a cui ora appartengono. Sereni, seri, per nulla agitati e quasi del tutto privi di imbarazzo, portano anche me nei mondi lontanissimi in cui voglio raffigurarli.
Sembra che il loro rapporto con la macchina fotografica sia spontaneo, immediato; immune sia al narcisismo che al pudore. Sono cresciuti sotto lo sguardo perpetuo di occhi elettronici, ne danno per scontata la presenza. Non sanno di un tempo in cui la pellicola poteva impressionare.
A me non resta che impostare la luce in modo da assecondare quella tratteggiata dai pittori, verificare la composizione e scegliere il momento giusto per scattare.

Antonio Ranesi



4 commenti

dario digeronimo: il 11 febbraio 2015

un lavoro splendido. complimenti agli autori. e ai bambini.

Alessandro: il 11 febbraio 2015

Un'esperienza didattica straordinaria: da estendere anche ai musei statali

Martina Murzi: il 17 febbraio 2015

Un bellissimo lavoro, creativo e originale. La documentazione mostra una professionalità e un impegno ammirevoli. Complimenti al team che ha saputo coinvolgere così tanti ragazzi!

Max: il 13 marzo 2015

La prima volta che le ho viste ho pensato a tante cose che avrei voluto scrivere e non l'ho fatto, ora non ricordo più esattamente quali erano ma continuano a venirmene in mente altre, come se questi quadri composti fossero un luogo plastico, cangiante.
Le inquadrature mi sembrano più strette di allora e i volti dei ragazzi paiono sempre più amalgamarsi nella tela ma non ancor del tutto, per cui risultano sospesi in una sorta di dimensione mezzana, fra il "di qua" e il "di là", fra il profondo presente delle loro espressioni pensierose e il remoto passato raffigurato alle loro spalle, che poi potrebbe essere il loro individuale destino, perché nella miglior ipotesi tutti prima o poi finiamo dentro un quadro a guardare il mondo che procede ormai senza di noi.
Qual è il vero rapporto fra le figure di carne e quelle di tela?
Può darsi che proprio loro, i ragazzi, siano quelli che da questa esperienza hanno imparato di più perché, in origine ignari di tutto, hanno esercitato possibilità sconosciute di loro stessi, hanno incontrato una nuova dimensione di cui i sensi terranno memoria, da cui escono modificati anche se in misura impercettibile.
In questi quadri rielaborati, accrezionati, sedimentati, c'è chi ha fatto il suo tempo e chi ha il suo turno adesso; c'è una tensione fra due generazioni tanto lontane da non potersi toccare ma che si "annusano", avvertendo reciprocamente la presenza dell'altro anche senza guardarsi.
In questa tensione si esprime l'inconsapevole orgoglio di appartenenza alla specie, la magia della nostra ostinata volontà di esistere, di perpetrarci nel tempo malgrado il suo incalzante e ineludibile fluire, malgrado i suoi impietosi effetti.
Tutti insieme noi vinciamo l'annosa eterna battaglia col tempo ma soltanto all'interno del meccanismo naturale che sacrifica l'individuo; allora gli individui sono costretti a guardarsi da luoghi e tempi distanti, con senso di tristezza ma anche di solidarietà, di una fragilità commovente, perché siamo tutti vittime della Natura e non abbiamo altra scelta che amarci, trovandoci nella medesima condizione.
Queste figure imberbi ancora non toccate da tutte le riflessioni fin qui esposte, che solo in tarda età iniziano ad assillarci, questi giovani volti posti accanto alla rappresentazione universale dell'uomo risultano straniti, assorti, come se intuissero una sorta di perturbazione gravitazionale nell'aria, derivante dal coacervo di pulsioni, di affettuosità, di speranza che tutte le generazioni del passato, impotenti, profondono verso di loro. La commistione del presente reale e del passato ritratto crea una sorta di alone telepatico, chi guarda dall'esterno pensa di assistere a una rappresentazione, in realtà sta contemplando sé stesso.
Siamo i volti imberbi e quasi perplessi degli adolescenti? siamo i fantasmi della tela? Siamo entrambi? certamente noi pure siamo lì. Contempliamo noi stessi.
C'è un posto in cui ho scritto, sotto un mio scatto, le seguenti frasi che riporto testualmente:
"Potrò scrutarvi attraverso la visione di un semplice frammento di voi fin quando alla vostra necessità di radicamento sfuggiranno piccoli accenni posturali, gestualità, oscillazioni. L'invisibile vostra continuazione verso l'alto è immaginario universale, possiamo comprimerla nello stretto perimetro delle forme possibili, delle esperienze condivise, a meno di sottrarci al rigore della credibilità."

L'immagine in questione si concentrava su un paio di piedi scalzi incrociati su un tappeto a pelo lungo con decorazioni floreali.
E' incredibile ma trovo che quel testo possa applicarsi parimenti a queste immagini, pur così diverse, il che fa riflettere sulle tante implicazioni che la fotografia è capace di innescare.
Un caro saluto

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